Solstizio d'estate; eclisse. Equinozio.

Sul mare solcato dalle ondicine, al lento declinare dell'apogeo solare, su di noi il pianeta venere muoveva in lenta congiunzione alla luna. Poi questa s'oscurò d'eclisse, svelandoci d'improvviso dietro di se un cielo bioluminescente di stelle e radiazione.

Piccoli, infreddoliti, come spauriti, emmo momenti come d'impossibile abbraccio. Il vento sferzava la nostra pelle di salsedine, e i nostri luminosi occhi dalle pupille strette, si fissavano d'eterno come in un punto del buio lontano. Durò poco, troppo poco. Appena il tempo d'un sorso di rara acqua cristallina; e il turbolento vento torrido del diveniente nuovo secolo ci disperse via, come secca sabbia sottile, fuori dall'isola, sul mare, altrove. A ripensarvi ora, è malinconia pura.

Portante dal vento, vennero poi veloci a spandersi su di me le nubi dell'ovest atlantico e oceanico. Prima del tramonto, fu poi un breve ed improvviso guizzo d'acciaio, rumore e d'orrore. Un'ultimo stanco sguardo all'incombente crepuscolo prima di sprofondare nella dolente notte d'afa calda ed umida d'attesa.

Il mattino dell'equinozio mi trovò infreddolito; e ferito, col fracasso della sera nel ronzio delle orecchie. M'alzai con dolore e fatica alla nuova alba. Vanno, vengono; ritornano, talvolta. Non solo le nubi; non solo i pensieri, o le piogge dei campi. Gli occhi secchi, rivestiti di strati di polveri; non piangono ora. Va meglio, ora.