'La verità della follia'. Tesi di Laurea di Valeria Dirani, presentata all'Università di Mestre, A.A. 2007-2008. Relatore, prof. Giorgio Antonucci.
"Osservate con quanta previdenza la Natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell'uomo più passione che ragione perchè fosse tutto meno triste, difficile, brutto,insipido,fastidioso. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con a saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un'eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della follia". Erasmo da Rotterdam.
E' questa la pregevole citazione con cui, Valeria Dirani, nell'anno accademico 2006/2007, apre a Mestre la sua tesi di laurea: 'La Verità della Follia'; e di cui vi riportiamo alcuni selezionati brani. Relatore della tesi: lo stimato ed apprezzato da tutta la redazione, prof. Giorgio Antonucci.
Fonte: www.nopsichiatria.com/giorgioantonucci/tesi001.htm
"Questo vuole essere un discorso a favore degli "strati bassi" della società; tali strati non rappresentano solo i soggetti del mio discorso- i cosiddetti "folli", ma anche quelli da cui partire per arrivare a una relazione differente, realmente intersoggettiva, con questi cosiddetti "folli"; in tal senso, è dalle fondamenta che bisogna iniziare a rivoluzionare realmente il rapporto tra gli esseri umani, per giungere ad un'autentica concezione soggettiva dell'uomo.
Le fondamenta si trovano in quegli strati bassi della società non attraversati dalla cultura ufficiale: così se la storia convenzionale ci informa assai minuziosamente sulla lotta antipsichiatrica maggiormente condivisa - quella basagliana - e fortunatamente riassorbita nel circuito di riforma psichiatrica istituzionale, nulla ci racconta di quelle esperienze che hanno condiviso realmente con i soggetti interessati un cambiamento relazionale; nulla ci racconta delle esperienze parallele, assai meno note, che contribuirono alla trasformazione sociale al pari dell'antipsichiatria istituzionale, avanzando proposte più che attuabili, e che continuno tuttora, nel loro piccolo silenzio, a muovere le fondamenta di un rapporto paritario con il soggetto umano definito "folle". Nulla ci racconta delle esperienze che avvengono ancora oggi, del Telefono Viola, delle libere associazioni tra "utenti", o del potere psichiatrico che permane immutato come garante della normalità collettiva, delle centinaia di migliaia di casi di sopruso psichiatrico che ancora oggi abbondano nell' Occidente civile, o del fatto che i concetti psichiatrici sono ormai stati smentiti scientificamente in ogni modo, pur continuando tuttora ad esere espressi da medici specializzati.
Per sopperire a tale dis-informazione generale - non solo purtroppo in ambito psichiatrico - , questo vuole essere un discorso informativo "non ufficiale", che mostra proprio come gli "strati bassi" sociali, non ascoltati, sono quelli che maggiormente possono dare reale voce agli esclusi inascoltati dalla nostra società, e possono far scaturire, con la pratica quotidiana, un rapporto inter-soggettivo con l'Altro, lasciando questo Altro nel suo libero apparire, senza alcuna pretesa di definizione, realmente "senza Teoria".
Il mio intento è rendere evidente che il passaggio- avvenuto nella storia occidentale lungo l'arco del XX secolo - da un approcio psichiatrico di stampo fenomenologico (avenzato da L. Binswanger) ad uno più strettamente "antipsichiatrico" -che prevede, oltre ad una concezione esistenziale del soggetto umano, anche una ferrea critica della scienza psichiatrica -,non ha rappresentato un superamento concreto della concezione riduttiva che ancora grava attorno al "folle", e non ha portato ad una reale modificazione del rapporto che la società instaura con lui.
Certamente, sia li discorso fenomenologico dell'esistenza umana "folle", che quello socio-politico del ruolo di escluso del malato, si rivelano enormemente importanti per il raggiungimento di una differente visione dell'Altro, e per l'assunzione di un nuovo significato da assegnare a quel soffetto definito malato dalla società.
Ciò non toglie, che tutte le correnti teoriche di opposizione alla scienza psichiatrica, si siano soffermate sull'opposizione al concetto di malattia mentale che pesa sullìindividuo, e non in definitiva sul fatto che l'individuo non poteva assolutamente essere definito da alcun concetto.
Anche chi si è opposto con forza alla possibile teorizzazine della soggettività umana e della sua esperienza, di fatto la ha, in ultimo, riproposta, magari non più sotto forma di teoria medica su una malattia, ma sotto forma di teoria linguistica o esistenziale su una "certa follia"; ha trasportato l'impossibilita' di definire una malattia, nella possibilità di definire la follia, mantenendo cosi' quel principio logico-razionale,proprio della psichiatria istituzionale, che voleva abbattere.
Il problema non è tanto - o non so- il superamento del concetto razionale di malattia mentale, ma sopratutto quello del concetto razionale di follia, come esperienza identificabile e definibile dell'umano. Solo superando tale impostazione, che è già al di la' della psichiatria,sara' possibile lasciare le esperienze umane nella loro libera espressività creativa, nel loro trascendere sempre ad altro, nel loro contradditorio e casuale apparire; solo così si potrà accedere ad un rapporto differente con l'Altro, che sia di reale inter-relazione e co-esistenza; solo così non ci sarà più bisogno di una scienza psichiatrica e del pregiudizio umano di "malattia mentale".
Ciò che noi chiamiamo "malattia mentale", non ha sempre avuto questa definizione: poco più di due secoli fa esisteva nell'immaginario collettivo sotto le vesta di una modalità di comportamento, di linguaggio, di esistenza umana, giudicata"folle". Ma anche la modalità umana"folle"non ha sempre subito,tale giudizio: ci sono sempre state, e ci sono tuttora società umane che intrattengono con cio' che chiamiamo follia, rapporti e approcci diversi, a dimostrazione del fatto che il fenomeno"follia" ha carattere storico e mutevole.
Non solo il concetto di "malattia mentale",come razionalizzazione della follia, appartiene alla storia dell'Occidente, ma anche il concetto stesso di follia vi appartiene,; e può nascere come concetto solo quando il libero manifestarsi delle sue forme inizia a diventare un "problema" per la volontà di potenza della società occidentale.
La storia della "follia" trova inizio quando il pensiero umano pretende di poter controllare i fenomeni, l'accadere del mondo in modo razionale e oggettivo, e dare ad esso un unico significato;
si conferma un concetto di "devianza" che racchiude tutto ciò che non è spiegabile dalla ragione umana,tutto ciò che devia dall'ordine di significato che la ragione si è costruita. La follia rappresenta l'ab-norme e la devianza per eccellenza, perchè nell'insieme delle sue forme rappresentative ed espressive , è esattamente l'opposto di ciò che la ragione incarna, ed è per questo che l'imposizione sempre più massiccia della logica razionale nella nostra società, ha comportato la relativa esclusione e negazione di ciò che viene individuato come fonomeno "folle".
Tale fenomeno diventa quel perfetto contenitore di tutto ciò che non si riesce ancora a prevedere e a spiegare, di tutto ciò che nel suo divenire, è ancora inafferrabile dalle sfere dell'ordinario; ed assume l'aspetto di capro espiatorio sociale, in quanto incarna quell'irrazionalità, quell'alterità che l'unico punto di vista della realtà occidentale non può comprendere.
Cosi', la storia della follia nella società occidentale si riduce alla sua sempre più capillare definizione, esclusione,snaturazione; non c'è storia della follia prima della sua individuazione da parte del pensiero razionale umano: essa incomincia la sua condizione in catene, prima,confinata nel territorio dei "socialmente esclusi", verra' identificata e reclusa fino al XVIII secolo, poi definitivamente razionalizzata dal pensiero scientifico in malattia mentale, troverà finalmente la sua normale funzione sociale.
Tale razionalizzazione rappresenta solo un adeguamento terminologico, e pratico, al cambiamento sociale in atto, e non la scoperta di una presunta vertà della follia: conclusa l'epoca tecnologica medioevale, non doveva più restare traccia di una visione mistica della follia e la sua valenza spirituale doveva, casomai, essere ridotta ad un concetto di "inconscio" umano; così, le incomprensibili e spaventose gesta del "folle" acquistano, d'ora in poi, la consapevolezza di "normali" gesta malate.
Attraverso la razionalizzazione in malattia mentale, il controllo sul fenomeno "follia" diventa totale, come totale diventa il controllo sugli individui"folli"attuato dalla psichiatria,la scienza medica ideata per curarli; la storia seguente diventa quella di un processo patologico che deve essere debellato ed estirpato,e di un paziente che deve essere guarito, cioè difeso dalla sua stessa manifestazione espressiva, dalla sua stessa modalità di esistenza; non cìè più spazio per una libera espressività umana, troppo lontana dai canoni valoriali socialmente condivisi: la sua esplosione viene subito arrestata dal sistema dominante ed etichettata nel ruolo di malattia.
La psichiatria istituzionale si muove seguendo una stampo organicista, certa sotto la propria vesta scientifica, di poter trovare la spiegazione del pensiero umano, quella verità della follia, quella causa di malattia mentale, che invece non riuscirà mai a trovare.
La fredda e inconclusiva razionalità cartesiana della psichiatria organicista farà esplodere ovviamente molte opposizioni: alcune, mantenutesi interne all'ambito medico-psichiatrico, porteranno allo sviluppo di nuove concezioni "soggettive" dell'esperienza umana e di teorie alternative della mente (dalla psicoanalisi freudiana alla psichiatria fenomenologica di Biswanger=; altre tentando una critica più radicale, aanzeranno una revisine del conceto stesso di malattia mentale, come malattia istituzionale voluta dal sistema dominante, e della psichiatria come ideologia di controllo sugli individui( ad esempio, l'antipsichiatria di F.Basaglia); altre ancora estremizzando le loro critiche, rifiuteranno definitivamente il concetto medico-scientifico della "follia" e la psichiatria come scienza, avanzando nuove pratiche psicoterapeutiche e una visione mistica, o comunque positiva della follia (ad esempio, l'antipsichiatria di R. Laing e T. Szasz).
Il punto in comune, di tutte le correnti di critica e revisione alla psichiatria, si trova nella volontà di superamento dell'impostazione scientifico-razionale che la psichiatria classica mantiene, e che si rivela inadatta a spiegare la complessità della natura umana, non riducibile e scomponibile in parti ed elementi, come gli oggetti fisici della natura.
Il loro punto di crollo, consiste nel non capire che, non le teorie alternative, ma solo l'assenza di teorie poteva dar finalmente voce alla complessa esistenzialità umana, che ora non sarà più distinta in componenti e organi, ma in capacità e funzioni; lerrore è nel credere di superare la concezione razionalistica e sistematica dell'uomo, mantenendo comunque di fondo la possibilità di una qualche teorizzazione dell'esistenza umana.
L'impostazione dualistica cartesiana in realtà non viene mai abbandonata da nessuno dei movimenti di revisione e opposizione alla psichiaria; que3llo che non viene colto nemmeno dai "teorici" più radicali, è il fatto che non si può pretendere di ottenere un superamento del pregiudizio psichiatrico negando il concetto di malattia mentale, ma riaffermando però un concetto di follia in sè, coperto sotto altre vesti.
Ciò che non si comprende, è che il problema non è la razionalizzazione del concetto di follia in malattia mentale, ma è la razionalizzazione stessa del concetto di follia, di quelle che sono solo altre da quelle che la normatività sociale consente
Credere ad una falsa malattia, ma ad una vera follia, e pensare di poterla definire, significa rimanere impermeati di quell'alone razionale che si voleva conrobattere.
Così come credere che ciò che noi chiamiamo "folli", rappresenti una sofferenza umana originaria legata alle cntraddizioni della nostra società occidentale, significa ancorare la definizione occidentale di follia a quelle che sono possibilità umane possibiltà umane naturali e rendere naturale in concetto stesso di follia; ciò porta a ritenere che in altre sicietà, ad esempio in ipotetiche società socialiste di uomini liberi e uguali, non ci sia bisogno nell'uomo di questo indefinibile accesso all'alterità che oggi viene ridotto ad esperienza folle- e che l'accesso all'alterità sia un bisogno necessario solo all'uomo di comunità primitive,arcaiche, protolinguistiche, o di comunità alienate come quella occidentale-.
Non si tratta di credere che la desacralizzazione del sacro, del mistero, dell'enigma, dell'esoterico in Occidente, abbia comportato il crearsi di sempre più esperienze umane folli, che la follia inizia a dilagare, quando l'esperienza dell'uomo perde la dimensione sacrale che manteneva nelle società arcaiche e tribali, ma di capire che, è con la desarcalizzazione del sacro che inizia ad essere identificato, in Occidente, un fenomeno chiamato follia, e che racchiude semplici accessi umani all'alterità, che nelle società sacrali sono ancora permessi e auspicati.
Continuare ad attribuire una definizione ed un significato alla follia, significa continuare a pensare dentro la logica occidentale, significa ritenere che il concetto di follia sia una realtà.
Invece il concetto di follia diventa realtà solo in relazione a come la norma sociale si rapporta ad esso, così come diventa realtà la singola esperienza del folle solo in base a come si rapportano con lui gli individui che ruotano intorno: questo significa che un cambiamento effettivo nella considerazione dell'individuo definito "folle"- purt partendo dal presupposto che non possiamo uscire completamente da una concezione di follia, in quanto viviamo nella nomatività sociale che ha determinato tale concetto-, passa attraverso un mutamento concreto del rapporto con l'ltro in ognuno di noi, con ogni altro, anche con quell'altro che continua ad essere identificato come "folle"; e solo quando il rapporto con l'altro non sarà più limitato dal nostro definirlo"diverso in quanto folle", il superamento della psichiatria e del concetto occidentale di malattia mentale sarà totale; non si sentirà pèiù il bisogno di interrogarsi sul "che cos'è della folli, poichè sarà stata definitivamente superata la concezione logico-razionale dell'essere umano: il superamento totale di questa impostazione non prevede solo la negazione della psichiatria come scienza, ma anche quella delle altre disciplinbe che indagano l'esperienza umane, che in quanto indagini soggettive, non possono in alcun modo dirsi scientifiche.""
....
Università di Venezia
tesi di Valeria Dirani
ntroduzione alla tesi di Giorgio Antonucci,
Relatore: Umberto Galimberti Correlatore:
Luigi Tarca
(tratto da http://www.nopsichiatria.com/giorgioantonucci/tesi001.htm )
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