"Quando squalifichiamo il pensiero di una persona, è lì che istituiamo il manicomio".
IL MONDO “RISTRETTO”
Istituzioni totalizzanti e società civile
di Francesca Romana Spizzirri
Nel film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” Jack Nicholson interpreta la parte di un detenuto che finge di essere pazzo per poter usufruire di un regime meno oppressivo rispetto a quello del carcere; in questa maniera dunque trama di poter organizzare
[*] N.d.r., agevolmente una fuga da un manicomio criminale. La sua idea, come sanno gli spettatori del film, si rivela molto poco felice...
Si può supporre che pressappoco lo stesso pensiero attraversi la mente di coloro che, essendo poco o per nulla edotti sulla reale situazione di carceri e manicomi (pardon, strutture psichiatriche) esprimono quel luogo comune oramai universalmente noto che afferma che: “stanno meglio loro di noi: hanno un tetto sulla testa, gli danno i pasti tre volte al giorno e hanno anche la Tv!” Anche in questo caso, la realtà si rivela essere molto
meno rosea.
Non che carcere e strutture psichiatriche siano esattamente equivalenti. Tuttavia, ambedue fanno parte della categoria delle “istituzioni totalizzanti”, ossia quei luoghi preordinati dalla legge, in cui vivono forzatamente un gran numero di persone. Non sono argomenti dei quali si senta parlare tanto spesso in giro, per cui merita un plauso il convegno che si è svolto lo scorso 13 giugno a Pisa, presso il polo Carmignani, sul tema “Le nuove catene della psichiatria a 30 anni dalla riforma psichiatrica”, organizzato dai collettivi antipsichiatrici di Pisa e Firenze.
Vari interventi hanno caratterizzato questa giornata di incontro e di studio, riflessione e sensibilizzazione. In particolare, la testimonianza di esponenti del gruppo “Violetta Van Gogh” di Firenze, che gestisce un telefono di supporto e aiuto a coloro i quali hanno avuto dei trascorsi o vivono ancora una situazione di “invischiamento”, ossia pazienti definiti 'malati mentali', che non vengono mai considerati guariti, e per i quali la cura (a base di psicofarmaci) non ha mai fine.
Secondo le esperienze e le testimonianze raccolte, infatti, gli psichiatri hanno un altissimo potere discrezionale sulla definizione della patologia del paziente e possono, quindi, stabilire, a volte anche in maniera molto arbitraria, chi è pazzo e chi non lo è. Chi viene etichettato come 'malato mentale', quasi arbitrariamente, vede aprirsi dinanzi a sé la non felice prospettiva di essere internato nelle strutture psichiatriche, che hanno un 'modus vivendi' non molto diverso da quello dei vecchi manicomi, come raccontano le testimonianze raccolte dalla cooperativa “Sensibili alle foglie”. Nicola Valentino, uno dei soci di questa cooperativa, ha presentato, in occasione del convegno, il suo lavoro editoriale compiuto ascoltando e mettendo su carta le storie delle persone rinchiuse in queste strutture: le loro solitudini, le prevaricazioni subìte, le strategie di sopravvivenza. Le loro vite all'interno del circuito psichiatrico.
Il suo intervento, tuttavia, pur carico di tanta sofferenza che trasudava dalle storie e dalle situazioni narrate, era quasi un tranquillo racconto, se confrontato alla testimonianza
portata da Salvatore Verde, operatore di un Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario) nel quale si accede tramite il circuito penale, quando a chi ha commesso un reato viene riconosciuta un'infermità mentale. Tale infermità può essere appurata sia durante la carcerazione (nella minoranza dei casi) sia durante il processo, quando s'accerta che la persona imputata è incapace di mente in maniera totale o parziale. La persona, dunque, non è condannabile, ma risulta pericolosa socialmente, e perciò deve sottostare alla visita psichiatrica e, in base ad essa, le viene comminata la pena del carcere ed Opg oppure del solo Opg.
In quest'ultimo caso, viene definito un tempo minimo di permanenza che può essere di 2, 5 o 10 anni ma, una volta scaduto, lo psichiatra valuta se la persona sia ancora socialmente pericolosa e, in caso affermativo, può prorogare la permanenza del soggetto nell'OPG. Quindi, in teoria, chi va in Opg, potrebbe rischiare di restarci a vita, senza accuse o condanne penali di sorta, tra l'altro, dato che la sentenza di incapacità mentale totale proscioglie l'imputato dall'accusa. E, tuttavia, non lo risparmia dall’essere rinchiuso in questo luogo di detenzione.
Oggi gli internati in queste strutture sono 1350. Nel 2004 , su 1100 internati, 688 sono stati prorogati. La motivazione è sempre stata la pericolosità sociale. E su questa base si irradiano
tre filoni che giustificano l'esistenza di questo tipo di strutture:
. La mentalità, diffusa, di restringere le persone in istituzioni totalizzanti senza assicurargli alcun tipo di garanzie; cioè senza un processo difensivo, un'accusa, un motivo che non
sia quello di “garantire la sicurezza” da una presunta minaccia sociale (pensiamo ai prigionieri di carceri come Guantanamo, o ai CPT).
. L'idea che la persona “difficile” debba essere riconvertita e rieducata in una struttura 'ad hoc'.
. La difficoltà di scindere i diversi ruoli dello psichiatra, dello psicologo, del giudice, dell'assistente sociale, del poliziotto: fanno tutti lo stesso mestiere, sono tutti equivalenti, non riescono a differenziarsi nei loro veri ruoli.
L'esperienza e i dati portati da Salvatore Verde hanno inciso profondamente sull'uditorio. Tuttavia, a voler essere un po' pignoli, quel che è mancato in quella serata è stato il contraddittorio con esponenti dell'altra “parte”: psichiatri, poliziotti, operatori di queste strutture (sebbene, alla fine, uno di essi si sia rivelato fra il pubblico ed abbia avanzato delle critiche ai relatori, basate sulla sua esperienza di vita professionale).
Sicuramente il problema della cosiddetta malattia mentale abbraccia tali e tanti ambiti dell'essere umano da non potersi definire in termini troppo assolutistici e criminalizzando
solo una parte o l'altra. La mente umana e le relazioni tra le persone, dentro e fuori la società civile, sono territori sconfinati che meritano un lungo viaggio d'avvicinamento e
comprensione. Forse un punto di vista dal quale partire potrebbe essere la seguente frase di Nicola Valentino: “Quando squalifichiamo il pensiero di una persona, è lì che istituiamo il
manicomio.”
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L'occasione della riflessione di Ilario è il convegno del 13 giugno scorso organizzato da alcuni collettivi antipsichiatrici toscani presso la sede del Polo Carmignani a Pisa per ricordare e riflettere criticamente sulla legge 180, la famosa Legge Basaglia, dal nome del famoso psichiatra che, con la sua pratica negli ospedali psichiatrici, nei manicomi, e con le sue teorie libertarie, fatte proprie da un largo movimento di opinione, ne influenzò l'approvazione da parte del Parlamento nel 1978.
Antipsichiatria
Uno sguardo all'altra faccia della cura psichiatrica.
di Ilario D'Elia
Un argomento di cui si sente raramente parlare sono gli effetti che la legge 180, la cosiddetta legge Basaglia (conosciuta principalmente per aver decretato la chiusura dei
manicomi), ha avuto ed ha ancora oggi sulla nostra società. Ancora più raro è poter sentire opinioni e pareri di chi rifiuta o si oppone direttamente all'idea della psichiatria
come cura o soluzione. Qualche tempo fa a Pisa mi sono trovato ad assistere ad un convegno che trattava questo argomento e che ha colpito il mio interesse.
La legge 180 di per sè sancisce norme, diritti e doveri che stato e soggetti interessati hanno in materia. Si stabilisce ad esempio che il trattamento medico psichiatrico obbligatorio, chiamato tecnicamente Trattamento Sanitario Obbligatorio o TSO, deve
rispettare i diritti civili e politici garantiti dalla costituzione, compresa per quanto possibile la libertà di scegliere dove e con chi curarsi. Tra le altre cose vi è il diritto del paziente di poter comunicare con chi vuole, diritto ad avere tutte le informazioni sulle cure a cui si è sottoposti e due figure "di garanzia". Infatti il provvedimento deve essere
firmato dal sindaco e confermato dal giudice tutelare preposto secondo le varie modalità indicate. Sempre secondo la legge chiunque abbia interesse a farlo può avere voce in
capitolo, non è obbligatorio essere il soggetto del provvedimento sanitario né un parente dello stesso.
Cos'è dunque che viene contestato? Per quanto mi è stato dato dato di capire è la funzione, l'efficacia e la validità stesse della psichiatria come sistema di cura. Durante il
convegno è stato denunciato l'utilizzo della psichiatria come meccanismo di controllo autoalimentato perchè la psichiatria, nella forma di prescrizione di farmaci è un affare
colossale. Chiunque potrebbe essere soggetto di un TSO, che nei fatti limita, quando non annulla, i diritti individuali di una persona che, una volta iniziati i trattamenti
farmacologici, non ha più neppure le facoltà mentali per potersi opporre. Ho sentito parlare di camicia di forza chimica, parlando degli psicofarmaci che si può essere costretti ad assumere e che spesso sono sostanze con effetti collaterali terribili come
una forte dipendenza. Ho sentito parlare dell'abuso del sistema per fini meramente economici, come, ad esempio, per riuscire a sfrattare qualcuno facendolo internare, e
anche dell'utilizzo opposto, per creare cioè una situazione di emergenza medica che impedisca uno sfratto. Il quadro dipinto dagli interventi effettuati dagli esponenti dei vari
gruppi è risultato insomma piuttosto funesto. Ma più di tutto mi ha colpito parlare con una ragazza che tutto questo lo ha vissuto sulla sua pelle e che preferisce però restare
anonima. Parlando con lei di quello che ha vissuto e quello che ancora soffre a causa delle "cure" subite ho potuto accorgermi anche della grande paura che questo sistema infligge. Paura di non riuscire ad uscirne, perchè non si prevede una guarigione ma solo
un continuo curarsi, paura di tornare a perdere la propria lucidità mentale, ancora grandemente inficiata a causa dei farmaci e dei loro effetti collaterali, paura di esporsi
ed essere nuovamente trascinata in un incubo, paura di essere sola, perchè non sai a chi potresti chiedere aiuto, e, anche trovando la lucidità mentale di farlo chi le
crederebbe? Dopotutto un medico ha decretato che è "disturbata" e da quel momento si cessa di essere una persona vera, una persona le cui parole hanno un peso.
Naturalmente verrebbe da pensare che tutto questo è un'esagerazione, che i vari abusi della legge sono casi isolati, che questi gruppi antipsichiatrici sono faziosi e quindi
inaffidabili. Poi mi è venuto da pensare che anche a me potrebbe succedere di perdere la pazienza; magari dopo una lunga giornata storta gli ennesimi problemi in qualche ufficio pubblico mi porterebbero ad urlare contro un impiegato (è davvero così difficile che possa succedere?). Questo è stato sufficiente per altri per essere soggetti ad un TSO. Davvero un sindaco, o perfino il giudice tutelare, che non mi conoscono e non mi
hanno mai visto non firmerebbero la richiesta di uno psichiatra, di un "dottore", che assicura loro che mi servono cure? La legge dà 48 ore di tempo per avvisare e sottoporre la richiesta di avvallo al sindaco dopo che si è iniziato il trattamento; anche
volessero venire a controllare mi troverebbero ben poco lucido a causa degli psicofarmaci somministratimi. E i miei familiari? Siamo portati a fidarci dei medici. Se
un dottore mi dicesse che un mio caro sta male e necessita di cure non credo che lo ignorerei. Peggio ancora una diagnosi di problemi mentali renderebbe ogni mio tentativo di difesa, ogni mia singola parola sospetta e indegna di fiducia a priori, sempre
che io sia in grado di mettere su una discussione perchè durante tutto questo periodo sarei sotto gli effetti degli psicofarmaci. Forse è questa la cosa che più mi spaventa di
una tale situazione. Pensare di essere impotente, reso incapace non solo da costrizioni fisiche ma colpito nella mia stessa mente, offuscato e mai lucido. E' davvero una situazione così improbabile?
Fonti utilizzate:
Legge 180
Documenti e testimonianze prodotte dal Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artraud di Pisa
Documenti e testimonianze prodotte dal Collettivo Autonomo Scienze Politiche - Laboratorio Antipsichiatrico di Pisa
Documenti e testimonianze prodotte dal Collettivo Antipsichiatrico Violetta Van Gogh di Firenze
Testimonianze e interviste ad esponenti di Telefono Viola di Milano
Intervista anonima
http://www.neokifilm.it/Magazine/N2/Mag_2008_02.htm#antipsichiatria1
http://www.neokifilm.it/Magazine/N2/Mag_2008_02.htm#antipsichiatria2
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